Heina e il Ghul


 stampa HEINA

Santarcangelo di Romagna, 2-11 LUGLIO ‘99

29a edizione

IL QUADERNO DEL FESTIVAL

Al teatrino della Collegiata ‘Heina e il Ghul’

La favola del cous cous

di Claudio Facchinelli

L’educazione all’intercultura è a un tempo un dovere civile e un percorso irto di trappole, di trabocchetti. Specie di questi tempi, in cui i rigurgiti del razzismo sembrano compensare il vuoto lascialo della caduta dei muri, e necessario far riflettere, specialmente le nuove generazioni, sulla ricchezza del confronto fra etnie culturali diverse. Ma è sempre in agguato la demagogia, il buonisino, il mito del politically correct, con il risultato di rendere controproducenti anche i discorsi dettati (dalle intenzioni più nobili (e pure qui, a Santarcangelo, (qualche scivolone in questo senso c’è stato). Ho assistito anni la a “Heina e il Ghul”, proposto a mi pubblico di scolari, attenti e silenziosi di fronte ai suoni di una lingua sconosciuta, alla suggestione gioiosa delle percussioni e del canto. E mi sono dello che quei pericoli erano stati esorcizzati.

I bambini, è vero, erano stati preparati, conoscevano la vicenda, che tuttavia si dipanava sotto i loro occhi con chiarezza attraverso la manipolazione di inconsueti pupazzi: peperoni, pomodori, zucchine, melanzane. Il Ghul, il mostro di Farina, incuteva autentico timore, e la sua battaglia con l’acqua aveva la captativa drammaticità di un duello all’ultimo sangue. Alla fine dello spettacolo avevano imparalo delle cose importanti. Si erano resi conto che ai bambini del Magreb si raccontano favule che ricordano quella di Biancaneve, o di Pollicino. Avevano verificalo che la parola non è l’unico strumento per narrare una storia, ma che esistono altri modi per farlo, non meno efficaci, e forse più vicini al loro mondo. E quando, finita la storia, Abderrahim El Hadiri ha tirato fuori da sotto il bancone un bacile colmo di cous cous, e lo ha l’alto assaggiare loro, hanno scoperto che il cibo che mangiano quel bambini ha sapori diversi dai quelli che la mamma prepara per loro, o che trovano alla mensa della scuola, ma che e una cosa buona.

E forse, per tutto questo, avrebbero guardalo con occhio diverso, quasi complice, il prossimo vendibile di accendini incontrato per la strada.

 

BRESCIAOGGI (1997)

UNA FAVOLA RACCONTATA IN CUCINA

Un simpatico incontro in scena e a tavola tra le culture

di M.M.

Pomodori rossi e peperoni gialli, tra montagne di farina e deserti di semolino, sul palcoscenico dì una tavola da cucina sono i protagonisti e interpreti della fiaba «Heina e il Ghul», che Mario Gumina ha tratto dal libro «Abder-rahmane Majdoub», affidandosi alla narrazione, convincente e varia, di Abderrahim El Hadiri, che firma testo e canzoni, e presta la voce e i moviment i agli ingredienti-attori. SI, perché la favola-ricetta, man mano che svolge il racconto, tra pozioni magiche e notti stellate, nell’intimità dei sentimenti o nello sguaiato sciorinar dei mercanti, procede anche nella preparazione del cous-cous. E dunque un cuoco quello che annunciato da un canto suggestivo e dal ritmo di percussioni su pentola, si appresta a preparare il pranzo per festeggiare il ritrovamento della figlia dello sceicco-peperone.

E la parola «sceicco» è l’unica pronunciata in italiano: tutto il resto è in lingua araba, resa però comprensibile dalla gestualità e da un libretto di sala che descrive, quasi in traduzione simultanea, il susseguirsi dei nove quadri.

C’è una mamma che muore partorendo la settima figlia (cipolle, pomodori, zucchine a interpretare le sorelle), una matrigna che impone l’uccisione delle figliastre: lo sceicco, suo malgrado, acconsente ad abbandonarle nel deserto, dove le trova e ingoia il terribile Ghul, che però risparmia, ammaliato dal suo canto, la più piccola. Si servirà di quel richiamo da sirena per attirare mercanti e mangiarseli. Il padre la riconosce in un mercato e con l’aiuto di un mago riesce a provocare la morte del Ghul e a riportare a casa la figlia con successivo banchetto.

Una quarantina di minuti e tutto scorre sprizzando simpatia, tenendo l’interesse e la curiosità degli spettatori, a proporre un incontro e una mescolanza tra le culture che finora hanno convissuto da separati in casa.
Bravo l’interprete nella sua energia e nella capacità di variare i toni e le voci, di impaurire e di intenerire. Simpatica l’appendice dei ringraziamenti che vede attore e regista, nell’improbabile ruolo di interprete, dare vita ad alcune gag. E per chiudere, in tema e coerenza con la serata agli spettatori è offerto un ottimo cous-cous, cucinato però da mani più esperte dell’attore, e tè caldo. L’ultima replica è andata in scena domenica sera al museo Ken Damy, ma lo spettacolo èdisponibile (basta un’aula grande e oscurabile) per il secondo ciclo delle scuole elementari e prima media.